Può davvero bastare invertire l’ordine di due provette per alterare un referto di laboratorio?
La risposta è sì, anche se oggi il rischio è molto inferiore rispetto al passato grazie ai moderni sistemi di prelievo sottovuoto.
Eppure è proprio questo uno degli errori preanalitici più sottovalutati nella pratica clinica. Non a caso, le principali linee guida internazionali continuano a raccomandare una precisa sequenza di riempimento delle provette: una semplice procedura che contribuisce a ridurre gli errori preanalitici e a garantire l’affidabilità del risultato di laboratorio.
La fase preanalitica rappresenta il momento più delicato dell’intero processo laboratoristico. Inizia con la corretta identificazione del paziente, prosegue con il prelievo, la gestione del campione, la sua conservazione e il trasporto fino al laboratorio. È proprio in questa fase che l’infermiere riveste un ruolo centrale: dalla qualità del suo lavoro dipende, in larga misura, la qualità del campione che arriverà all’analisi.
Uno degli aspetti più sottovalutati della fase preanalitica è proprio la corretta sequenza di riempimento delle provette.
Le raccomandazioni internazionali del Clinical and Laboratory Standards Institute (CLSI GP41), recepite anche dall’European Federation of Clinical Chemistry and Laboratory Medicine (EFLM) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, indicano infatti un preciso ordine di raccolta per evitare la contaminazione crociata degli additivi contenuti nelle diverse provette e garantire l’affidabilità del risultato analitico.

| ORDINE | TIPO DI PROVETTA | ADDITIVO | COLORE DEL TAPPO |
|---|---|---|---|
| 1 | Emocolture | Terreni di coltura | Flaconi emocoltura |
| 2 | Coagulazione | Citrato di sodio 3,2% | Azzurro |
| 3 | Siero | Nessun additivo / Attivatore della coagulazione ± gel separatore | Rosso / Giallo (SST) |
| 4 | Eparina | Eparina di litio o sodio | Verde |
| 5 | EDTA | K₂EDTA o K₃EDTA | Viola (o rosa per immunoematologia) |
| 6 | Fluoruro/Ossalato | Fluoruro di sodio ± ossalato di potassio | Grigio |
Le linee guida CLSI forniscono inoltre alcune indicazioni particolari:
- le provette per il dosaggio degli oligoelementi devono essere raccolte in base all’additivo contenuto (quelle per siero insieme alle provette per siero, quelle con EDTA dopo le altre provette con EDTA);
- le provette per la VES (tappo nero, citrato 3,8%) vengono generalmente raccolte dopo la provetta per la coagulazione;
- eventuali provette dedicate a esami specialistici seguono sempre l’ordine previsto dal loro additivo.

Perché questa sequenza è così importante?
La risposta è racchiusa in una parola: carryover.
Con questo termine si indica il trasferimento accidentale di piccole quantità dell’additivo contenuto in una provetta a quella successiva durante il prelievo. È sufficiente che la procedura non venga eseguita correttamente perché piccole quantità di anticoagulante possano contaminare il campione successivo.
Può sembrare un semplice dettaglio tecnico. In realtà anche una minima contaminazione può modificare alcuni parametri di laboratorio e generare risultati non corrispondenti alla reale condizione clinica del paziente.
Ogni provetta contiene un additivo con una funzione ben precisa: impedire la coagulazione, favorirla oppure preservare determinate sostanze. Se questo additivo viene trasferito accidentalmente nella provetta successiva, possono verificarsi interferenze analitiche anche importanti.
L’EDTA è probabilmente l’additivo che determina le alterazioni più significative. Il suo meccanismo d’azione consiste nel legare calcio e magnesio, impedendo la coagulazione del sangue. Se anche una minima quantità di EDTA contamina una provetta destinata agli esami di chimica clinica, possono comparire:
- falsa iperkaliemia (l’EDTA è generalmente presente come sale di potassio);
- falsa ipocalcemia;
- falsa ipomagnesemia;
- riduzione dell’attività di enzimi calcio-dipendenti, come la fosfatasi alcalina (ALP).
Il risultato può essere un quadro laboratoristico apparentemente patologico, capace di indurre il clinico a richiedere ulteriori accertamenti o perfino a ripetere il prelievo, con conseguente ritardo nel percorso diagnostico.
Il citrato di sodio, utilizzato per gli esami della coagulazione, agisce legando reversibilmente il calcio. Una sua contaminazione può determinare una riduzione artificiale della concentrazione di calcio e interferire con alcuni test biochimici calcio-dipendenti.
L’eparina, anticoagulante di scelta per numerose analisi di biochimica clinica, può invece interferire soprattutto con gli esami della coagulazione. È anche per questo motivo che le provette contenenti citrato devono sempre essere raccolte prima di quelle con eparina.
Il fluoruro di sodio, infine, blocca la glicolisi preservando la concentrazione di glucosio nel campione. Le contaminazioni sono rare e raramente determinano interferenze clinicamente rilevanti, ma possono comunque alterare alcuni dosaggi enzimatici.
Quando il prelievo prevede anche l’esecuzione di emocolture, il motivo per cui vengono raccolte per prime è diverso.
In questo caso il problema non è il carryover degli additivi, bensì la contaminazione microbiologica. Le emocolture devono essere eseguite prima di qualsiasi altra provetta, rispettando rigorosamente le procedure di asepsi, per ridurre il rischio di falsi positivi dovuti alla flora cutanea.
È un aspetto fondamentale, perché una contaminazione può simulare una batteriemia inesistente e indurre il clinico a prescrivere antibiotici non necessari o ulteriori accertamenti diagnostici.

Ma il laboratorio riesce sempre ad accorgersi dell’errore?
Questa è probabilmente la domanda più importante.
Purtroppo no.
Molti professionisti pensano che, se un campione è stato raccolto in modo non corretto, il laboratorio sia sempre in grado di riconoscere l’errore. In realtà non è così.
Quando la contaminazione da additivi è importante, il laboratorista può sospettarla osservando risultati incompatibili tra loro o poco coerenti con il quadro clinico. Un esempio classico è la presenza contemporanea di un potassio molto elevato associato a una marcata riduzione di calcio e magnesio, una combinazione fortemente suggestiva di contaminazione da EDTA.
Ma non sempre accade.
Se la contaminazione è minima o interessa un solo parametro, il risultato può apparire del tutto plausibile e non destare alcun sospetto. In queste situazioni il laboratorio non dispone di un test specifico che consenta di confermare con certezza il carryover dell’additivo e il referto può essere validato come attendibile.
È proprio questo il motivo per cui la prevenzione rappresenta la strategia più efficace.
Rispettare la corretta sequenza di riempimento delle provette significa prevenire un errore che, una volta verificatosi, potrebbe non essere più riconoscibile.
L’ordine di riempimento delle provette può sembrare un semplice dettaglio tecnico, ma è in realtà uno dei pilastri della qualità della fase preanalitica.
Bastano pochi secondi e il rispetto di una procedura standardizzata per ridurre il rischio di contaminazione da additivi, evitare ripetizioni del prelievo e contribuire all’affidabilità del risultato di laboratorio.
L’infermiere riveste un ruolo centrale in questo processo. Nella maggior parte dei casi è il professionista che esegue il prelievo venoso e, attraverso la sua attenzione ai dettagli, contribuisce direttamente alla qualità del campione e alla sicurezza del paziente.
Un campione raccolto correttamente significa meno errori preanalitici, meno ritardi diagnostici, meno prelievi ripetuti e decisioni cliniche più affidabili.
Significa, soprattutto, offrire al medico un dato su cui poter prendere decisioni cliniche corrette e garantire al paziente un’assistenza più sicura.
Per questo motivo la qualità della medicina di laboratorio non inizia davanti a un analizzatore automatico.
Inizia nel momento in cui l’ago entra in vena.
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Scritto da: Mattia Venarubea, Biologo specialista in Patologia clinica e Biochimica clinica e tecnico di laboratorio biomedico.

