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Infermiere? Tieni d’occhio questi segnali

Ci sono cose che, lavorando in sanità, cambiano dentro di noi. A volte non ce ne accorgiamo nemmeno.

Non succede da un giorno all’altro. Non è un singolo evento traumatico a trasformarci. È un accumulo lento, costante, quasi impercettibile. La mente assorbe (io la immagino proprio come una spugna!), si adatta. Noi continuiamo a “funzionare“… e a lavorare.

Finché un giorno ci fermiamo e ci chiediamo: “Quanto stress ho accumulato senza rendermene conto?

Il dolore psicologico non si presenta sempre come un crollo emotivo (breakdown o meltdown) oppure flashback. A volte è molto più silenzioso, più difficile da riconoscere.

Quando non sentiamo più niente

Uno dei primi segnali è la piattezza emotiva.

Ascoltiamo storie che dovrebbero toccarci e non proviamo nulla. Forse esternamente imitiamo, recitiamo emozioni umane. Fingiamo di provare quello che la società ci ha insegnato dovremmo provare in quelle situazioni… ma in realtà ci rendiamo conto che dentro di noi c’è il vuoto, un “grido muto”. Assistiamo a situazioni che scioccherebbero chiunque fuori dal mondo sanitario e rimaniamo impassibili.

Lo chiamiamo “esperienza” e ci diciamo che è normale.

Ma, a volte, non è esperienza. È una forma di protezione.

Perchè dentro di noi qualcosa urla… e prima o poi emergerà.

Quando non riusciamo più a spegnerci

Per altri, invece, il segnale è l’opposto: un’attivazione mentale costante. Non riusciamo a rilassarci. Non riusciamo a staccare, né al lavoro né a casa.

Anni di vigilanza continua insegnano alla nostra mente a restare allerta. Il nostro corpo impara ad anticipare il peggio.

Entriamo in una stanza e la “scannerizziamo” automaticamente. Ci sediamo e abbiamo già individuato le uscite di sicurezza. La tranquillità quasi ci mette a disagio, perché ci siamo disabituati all’idea che, ogni tanto, le cose possano semplicemente… andare bene.

L’allerta diventa la normalità, finché non ci accorgiamo di non sapere più come abbassare la guardia.

La compartimentalizzazione: il “potere” che può diventare una prigione

Un’altra capacità che sviluppiamo è la compartimentalizzazione.

Confortiamo una famiglia e pochi minuti dopo stiamo compilando un modulo per decesso. Poi ci ritroviamo a parlare con i colleghi dell’ultima serie TV. Questa abilità è preziosa: ci permette di fare il nostro lavoro. L’alternativa sarebbe un abbonamento a vita a sedute di psicoterapia per gestione stress post-traumatico comprese nel contratto collettivo nazionale del lavoro.

Ma se questa “divisione interna” diventa permanente, il rischio è perdere l’accesso alle nostre emozioni.

Ci sentiamo in controllo, in realtà siamo disconnessi.

“Io reggo tutto”

Lavorare in sanità, lentamente, cambia la nostra identità. Diventiamo quelli forti. Quelli che resistono, quelli che reggono tutto. Minimizziamo i nostri problemi perché, in fondo, abbiamo sempre visto di peggio. Ed è vero: vediamo sempre di peggio. Ma proprio per questo smettiamo di ascoltarci.

I luoghi affollati iniziano a stancarci più del dovuto. Alcuni suoni ci provocano irritazione, rabbia o paura senza un motivo apparente. Ci sentiamo esausti e non riusciamo a spiegare il perché. Ci siamo adattati così bene da dimenticare una cosa fondamentale:

È un adattamento, non una strategia di gestione emotiva.

Quelle emozioni non le abbiamo elaborate. Le abbiamo messe da parte.

Il peso che si accumula negli anni

L’esposizione continua alla sofferenza, all’urgenza, alla morte e alle situazioni traumatiche – cioè la quotidianità di molti professionisti sanitari – lascia dei residui. E quei residui si accumulano. Anno dopo anno. Turno dopo turno. Riconoscerli non ci rende deboli. Non ci rende meno professionali. Ci rende onesti. Ci rende consapevoli.

Perché finché non riconosciamo quel dolore, gli lasciamo il potere di plasmare il nostro modo di pensare, reagire e vivere, anche molto lontano dall’ospedale e dalla divisa.

Il momento in cui iniziamo a “vedere” questi segnali è anche il momento in cui possiamo distinguere tra essere forti e essere semplicemente… sopravvissuti. Ed è proprio da lì che possiamo iniziare, finalmente, a prenderci cura anche di noi stessi.

Scritto da: Enrico Toffoletti

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