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A voi che avete scelto Infermieristica

Un augurio per il nuovo anno accademico, tra paure, aspettative e il coraggio di diventare professionisti.

Immaginate di essere seduti in aula, davanti a un esame che avete preparato per settimane. Il professore fa una domanda. La risposta è sulla punta della lingua, ma le parole non arrivano. Più cercate di ricordare, più vi sembra di aver dimenticato tutto.

Uscite dall’aula e il pensiero arriva quasi subito: forse non sono portato, forse ho sbagliato strada, forse gli altri sono più capaci di me.
A molti di voi sarà capitato qualcosa di simile. Prima o poi, durante l’università, arriva un momento in cui le proprie certezze vacillano e il percorso sembra più difficile del previsto.

È da qui che vorrei cominciare questo augurio per il nuovo anno accademico. Non dai voti che prenderete o dagli esami che supererete, ma da quello che farete quando le cose non andranno come avevate immaginato.

Studiare Infermieristica significa acquisire conoscenze e competenze, ma anche imparare a riconoscere i propri limiti e a scoprire, un passo alla volta, le proprie possibilità.

Non dovete essere già pronti

Molti di voi hanno vent’anni, altri ne hanno molti di più. C’è chi arriva all’università appena terminata la scuola superiore e chi riprende a studiare dopo aver lavorato o costruito una famiglia.
Ognuno porta con sé una storia diversa, aspettative e responsabilità che spesso gli altri non conoscono.
Eppure, a prescindere dall’età, può capitare di guardarsi intorno e avere l’impressione che tutti sappiano cosa fare del proprio futuro, mentre voi state ancora cercando di capire quale sia il vostro posto.
Anche il confronto con gli altri può diventare faticoso. Sui social vedete successi, viaggi, relazioni felici, persone che sembrano avere sempre tutto sotto controllo. All’università, invece, vi confrontate con i voti dei compagni di corso, con gli esami superati e con quelli che ancora vi aspettano.

Il rischio è trasformare ogni risultato in un giudizio personale. Un esame non superato diventa la prova di non essere abbastanza bravi; un voto inferiore alle aspettative sembra mettere in discussione la scelta della facoltà.

Ma un esame racconta una prestazione in un determinato momento. Non può riassumere tutto ciò
che siete, né anticipare ciò che potrete diventare.

La preparazione è una responsabilità, soprattutto in una professione nella quale le conoscenze possono incidere sulla sicurezza delle persone. Per questo bisogna studiare, riconoscere le proprie lacune e lavorare per colmarle. Un risultato negativo può essere l’occasione per capire cosa non ha funzionato e trovare un metodo diverso.
La difficoltà, da sola, non stabilisce quanto lontano possiate arrivare.
In questi anni ho avuto modo di vedere qualcosa che vale la pena raccontare.
Ho visto uomini e donne diventati genitori continuare a studiare, organizzando le proprie giornate tra gli impegni familiari e le lezioni. Ho visto una giovane madre iniziare il proprio percorso tra molte difficoltà e arrivare oggi vicina alla laurea. Ho visto persone che lavoravano già e che, dopo una giornata di lavoro, aprivano i libri la sera, studiando anche di notte pur di raggiungere il risultato che si erano prefissate.
Non erano percorsi semplici. Dietro quei risultati ci sono stati sacrifici, rinunce, momenti di stanchezza e, in alcuni casi, il sostegno delle persone vicine. Non sarebbe giusto raccontare queste storie come se bastasse volerlo per superare qualsiasi ostacolo: ciascuno parte da condizioni differenti.
Ma quelle esperienze mi hanno ricordato una cosa importante: il punto di partenza non determina necessariamente il punto di arrivo.
Ognuno deve trovare il proprio modo di procedere, con le risorse che ha a disposizione.
Quando incontrate un ostacolo, non abbiate fretta di giudicare le vostre capacità sulla base di ciò che riuscite a fare oggi. Cercate gli strumenti e le persone che possono aiutarvi. Se serve, cambiate metodo, rallentate, ricominciate.

Non abbiate fretta di essere arrivati. A volte il percorso richiede più tempo del previsto, ma questo non rende meno importante la meta.

La pressione e il coraggio di chiedere aiuto

Chi insegna fisica conosce bene il significato della pressione. Nella vita universitaria, questa parola assume un significato che tutti potete comprendere: è la pressione degli esami, delle aspettative, del confronto con gli altri e della paura di non essere all’altezza.
La pressione può far cedere un tubo. Ma, nelle condizioni appropriate, pressione e calore contribuiscono anche ai processi attraverso i quali si formano i diamanti nelle profondità della Terra.
La metafora ha un limite: soffrire non rende automaticamente più forti e non tutte le difficoltà sono occasioni di crescita. Possiamo però imparare a gestire le sfide senza lasciare che ogni ostacolo diventi una misura del nostro valore.
Se l’ansia diventa troppo intensa, se il sonno ne risente o se la paura di fallire comincia a condizionare la vostra vita, chiedere aiuto è una scelta di responsabilità verso voi stessi.

Nella formazione infermieristica imparerete che riconoscere i propri limiti è una competenza importante. In reparto, sapere quando fermarsi, confrontarsi con un collega o chiedere la supervisione necessaria può fare la differenza per la sicurezza di un paziente. La stessa consapevolezza può accompagnarvi durante gli studi. Non dovete dimostrare di essere invulnerabili, né affrontare ogni difficoltà da soli.

Il coraggio, a volte, consiste nel riprovare. Altre volte, nel riconoscere che avete bisogno di una mano.

Non basta imparare a fare i nodi

A questo punto, concedetemi una piccola deviazione letteraria.
C’è una frase spesso attribuita ad Antoine de Saint-Exupéry secondo cui, per fare dei marinai, non basta insegnare a costruire navi o a fare nodi: bisogna trasmettere loro la nostalgia del mare. La formulazione circola ampiamente, ma la sua attribuzione all’autore non è certa. Il pensiero, tuttavia, offre un’immagine che trovo particolarmente adatta alla formazione.

Imparare una tecnica è indispensabile. Comprendere il significato di ciò che si fa è altrettanto importante.

Durante il vostro percorso studierete anatomia, fisiologia, patologia, farmacologia e molte altre discipline. Imparerete procedure e protocolli, affronterete laboratori e tirocini nei quali le conoscenze dovranno diventare competenze concrete.
Poi incontrerete le persone.
Un paziente che ha paura prima di una procedura. Una persona anziana che fatica a comprendere ciò che le viene spiegato. Qualcuno che, dietro una domanda apparentemente semplice, nasconde il bisogno di essere ascoltato.
In quei momenti capirete che la professione infermieristica richiede preparazione scientifica, attenzione e capacità di relazione. Una procedura eseguita correttamente è fondamentale; lo è anche il modo in cui vi avvicinate alla persona che la riceve.
Le infermiere e gli infermieri che incontrerete durante le lezioni e i tirocini potranno insegnarvi molto più di una tecnica. Osservateli mentre lavorano, chiedete spiegazioni, imparate dal loro modo di affrontare le giornate difficili.
Lasciatevi trasmettere non soltanto il sapere necessario per svolgere una professione, ma anche le ragioni per cui quella professione merita di essere svolta bene.
Perché, alla fine, studiate per diventare persone alle quali qualcuno potrà affidare la propria salute, la propria vulnerabilità e, in alcuni momenti, persino la propria paura.

Il professionista che diventerete

Il percorso non sarà sempre lineare. Ci saranno giornate in cui vi sentirete soddisfatti dei vostri progressi e altre in cui penserete di essere rimasti indietro. Potreste cambiare metodo di studio, chiedervi se avete fatto la scelta giusta o scoprire che una materia richiede più tempo di quanto avreste immaginato.

Fate tesoro di queste esperienze: possono aiutarvi a conoscervi meglio e a comprendere come affrontare ciò che ancora vi mette in difficoltà.

Non abbiate paura di dire «non ho capito». Non vergognatevi di fare domande. Non misurate il vostro percorso soltanto sulla velocità con cui procedono gli altri.

Diventare professionisti significa anche assumersi delle responsabilità, riconoscere un errore e correggerlo. La fiducia nasce dalla preparazione, dall’attenzione e dalla capacità di capire come comportarsi quando qualcosa non va come previsto.
A voi che iniziate il primo anno auguro di conservare la curiosità di chi ha ancora moltissimo da scoprire. A chi è già al secondo o al terzo anno auguro di ritrovare entusiasmo anche nei periodi più impegnativi. A chi ha incontrato difficoltà auguro di trovare il sostegno e la determinazione necessari per ripartire.
A tutti voi auguro di incontrare persone capaci di insegnarvi e di ricordarvi il significato della strada che avete scelto.
Non siete obbligati a sapere già quale forma prenderà il vostro futuro. Avete l’opportunità di costruirlo attraverso lo studio, le esperienze e le scelte che farete.

Qualcuno definisce i giovani di oggi una «generazione d’argilla».

L’argilla, prima di essere lavorata, non ha ancora una forma definitiva. Può essere modellata, trasformata e, attraverso la cottura, diventare un materiale resistente e capace di durare.

Anche voi, durante questi anni, cambierete. E un giorno potreste ritrovarvi accanto a un paziente che ha paura, proprio come voi ne avevate prima di un esame. Saprete che cosa significa sentirsi vulnerabili e, forse, avrete imparato a riconoscere quella paura anche negli altri.

Buon anno accademico a tutti voi. E buon viaggio.

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Scritto da: Mattia Venarubea, Biologo specialista in Patologia clinica e Biochimica clinica e tecnico di laboratorio.

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