Quante volte capita di inviare una provetta in laboratorio e ricevere, dopo qualche minuto, una telefonata con una frase che può sembrare quasi scontata:
“Il campione è emolizzato, bisogna ripetere il prelievo.”
Più raramente il laboratorio segnala un siero lipemico o itterico, termini che spesso rimangono confinati al linguaggio degli addetti ai lavori.
Eppure, dietro il semplice aspetto di un campione si nascondono informazioni preziose. Prima ancora di eseguire qualsiasi analisi, il laboratorio osserva il siero: il suo colore, la sua limpidezza e il suo aspetto possono già raccontare molto, sia sulle condizioni cliniche del paziente sia sulla qualità del campione raccolto.
Comprendere il significato di un siero emolizzato, lipemico o itterico non significa trasformarsi in un biologo o in un tecnico di laboratorio. Significa acquisire maggiore consapevolezza del proprio ruolo all’interno del percorso diagnostico e capire perché, talvolta, un risultato possa essere alterato o un campione debba essere ripetuto.
Quando il siero diventa rosso: l’emolisi
Tra le interferenze preanalitiche, l’emolisi rappresenta sicuramente la più frequente.
Dopo la centrifugazione, il siero dovrebbe presentarsi limpido e di colore giallo paglierino. Quando assume una colorazione rosata o francamente rossa significa che, durante o dopo il prelievo, i globuli rossi si sono rotti liberando nel siero il loro contenuto.
Il principale responsabile di questa colorazione è l’emoglobina, ma insieme ad essa vengono rilasciate numerose sostanze normalmente contenute all’interno degli eritrociti.
Ed è proprio questo il problema.

Se il contenuto delle cellule finisce nel siero, alcuni analiti risulteranno artificialmente aumentati, pur non riflettendo le reali condizioni del paziente.
Tra gli esami maggiormente influenzati troviamo il potassio, la lattato deidrogenasi (LDH), le transaminasi (soprattutto l’AST), il magnesio, il fosforo, la sideremia e altri enzimi intracellulari. In questi casi il laboratorio potrebbe refertare valori apparentemente patologici che, in realtà, sono soltanto la conseguenza della rottura dei globuli rossi avvenuta durante il prelievo.
L’emolisi, però, non provoca soltanto un rilascio di sostanze intracellulari.
L’emoglobina libera può interferire anche con numerosi metodi analitici utilizzati dagli strumenti di laboratorio, soprattutto quelli basati sulla spettrofotometria. Alcuni parametri possono quindi risultare alterati non perché realmente modificati nell’organismo del paziente, ma perché la presenza dell’emoglobina rende meno affidabile la misurazione.
Ma perché si verifica l’emolisi?
Nella maggior parte dei casi non dipende da una malattia del paziente, bensì da fattori preanalitici. Un prelievo particolarmente traumatico, l’utilizzo di aghi di piccolo calibro, un’aspirazione troppo energica con la siringa, una vigorosa agitazione della provetta o una conservazione non corretta del campione possono provocare la rottura dei globuli rossi ancora prima che il campione raggiunga il laboratorio.
È proprio per questo motivo che la prevenzione dell’emolisi rappresenta uno degli obiettivi principali della fase preanalitica.
Una corretta tecnica di prelievo non serve soltanto a rendere più semplice la venipuntura, ma contribuisce direttamente all’affidabilità del referto di laboratorio.
Quando il siero diventa giallo: l’ittero
Se il siero emolizzato è spesso il risultato di un problema tecnico legato al prelievo, il siero itterico racconta una storia completamente diversa.
Dopo la centrifugazione, il campione assume una colorazione giallo intenso, talvolta tendente all’ambrato o al verdastro. In questo caso la causa è rappresentata dall’eccessiva presenza di bilirubina nel sangue.
A differenza dell’emolisi, il siero itterico è quasi sempre l’espressione di una condizione clinica del paziente.
Può essere la conseguenza di una malattia del fegato, come un’epatite o una cirrosi, di un’ostruzione delle vie biliari dovuta, ad esempio, a calcoli o neoplasie, oppure di un’aumentata distruzione dei globuli rossi che determina una produzione eccessiva di bilirubina.

Tuttavia, anche in questo caso, il laboratorio deve prestare particolare attenzione.
La bilirubina può interferire con numerose metodiche analitiche, sia perché assorbe la luce utilizzata da molti analizzatori automatici, sia perché può reagire direttamente con alcuni reagenti chimici impiegati nei test.
Il risultato è che alcuni esami possono essere sovrastimati, altri sottostimati e il laboratorio deve conoscere queste interferenze per interpretare correttamente il dato o, quando necessario, ricorrere a metodiche alternative.
Quando il siero diventa lattescente: la lipemia
Un’altra situazione che il laboratorio incontra frequentemente è il siero lipemico.
In questo caso il campione non appare limpido, ma assume un aspetto torbido, lattiginoso o opalescente, tanto da ricordare, nei casi più marcati, il latte.
La causa è la presenza di un’elevata quantità di lipidi nel sangue, in particolare trigliceridi trasportati dai chilomicroni e dalle VLDL, particelle sufficientemente grandi da rendere il siero opaco.
La causa più frequente è semplice: il paziente non era a digiuno al momento del prelievo. Un pasto ricco di grassi consumato nelle ore precedenti può infatti determinare una lipemia transitoria. Tuttavia, un siero lipemico può anche essere l’espressione di condizioni patologiche come dislipidemie ereditarie, diabete mellito non controllato, ipotiroidismo, sindrome nefrosica o pancreatite, oppure essere correlato alla nutrizione parenterale o ad alcuni trattamenti farmacologici.

Dal punto di vista del laboratorio, la lipemia rappresenta una delle interferenze più complesse da gestire.
L’elevata concentrazione di grassi rende il campione torbido e può alterare il passaggio della luce negli analizzatori automatici, influenzando numerosi metodi di misura. Inoltre, quando la quantità di lipidi è particolarmente elevata, questi possono occupare una parte significativa del volume del siero, determinando alterazioni nella misurazione di alcuni elettroliti, come sodio e potassio, e interferendo con diversi esami biochimici.
Fortunatamente, a differenza dell’emolisi, il laboratorio dispone spesso di strategie per limitare questa interferenza. In base al tipo di analisi richiesta possono essere utilizzate tecniche come l’ultracentrifugazione del campione, la chiarificazione chimica oppure metodiche analitiche alternative, che consentono di ottenere risultati più affidabili nonostante la presenza della lipemia.
Qual è il ruolo dell’infermiere?
Di fronte a un siero emolizzato, itterico o lipemico, è naturale pensare che il problema riguardi esclusivamente il laboratorio. In realtà non è così.
L’infermiere rappresenta il primo anello della fase preanalitica e può contribuire in modo determinante a prevenire alcune di queste interferenze.
Una tecnica di prelievo corretta riduce significativamente il rischio di emolisi. Informare il paziente sulla necessità del digiuno prima di determinati esami può evitare molti casi di lipemia post-prandiale. Una corretta identificazione del paziente, un’adeguata conservazione del campione e un rapido invio al laboratorio completano un percorso che ha un unico obiettivo: garantire che il risultato analitico rappresenti realmente lo stato clinico del paziente.
Naturalmente non tutto può essere prevenuto. Un siero itterico, ad esempio, riflette quasi sempre una condizione patologica e non un errore di raccolta. Conoscere queste differenze permette però all’infermiere di comprendere meglio il significato di ciò che accade dopo il prelievo e di instaurare un dialogo più efficace con il laboratorio.

Il laboratorio non osserva soltanto i numeri
Quando si pensa a un laboratorio di analisi, vengono subito in mente strumenti automatici, reagenti e valori numerici. In realtà, prima ancora che inizi l’analisi, ogni campione racconta già una parte della propria storia.
Il colore del siero può suggerire una difficoltà incontrata durante il prelievo, segnalare una possibile interferenza analitica oppure rappresentare il riflesso di una condizione clinica del paziente.
Comprendere il significato di un campione emolizzato, itterico o lipemico non significa trasformarsi in un biologo o in un tecnico di laboratorio. Significa acquisire una maggiore consapevolezza del proprio ruolo all’interno del percorso diagnostico.
Perché la qualità della medicina di laboratorio non dipende soltanto da strumenti sempre più sofisticati.
Comincia molto prima.
Comincia nel momento in cui il campione viene raccolto, osservato, conservato e inviato al laboratorio.
Ed è proprio in quel momento che anche l’infermiere contribuisce, in modo concreto, all’affidabilità del referto e alla sicurezza del paziente.
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Scritto da: Mattia Venarubea, Biologo specialista in Patologia clinica e Biochimica clinica e tecnico di laboratorio.

